Memoria e diritto: il rischio della prudenza e il dovere della parola
di Ivana Madonna
Le polemiche nate dalle parole di Francesca Albanese sul termine “genocidio” e dalla reazione di Liliana Segre rivelano quanto sia difficile, oggi, nominare il male senza essere travolti dalle sue implicazioni morali e politiche.
Liliana Segre non parla da accademica, ma da coscienza viva della memoria. La sua voce nasce dal dolore dell’esperienza, non dal linguaggio delle istituzioni. È comprensibile, dunque, che inviti alla cautela: per chi ha vissuto la Shoah, la parola genocidio non è una categoria del diritto, ma una ferita incisa nell’anima dell’umanità. Tuttavia, la sua prudenza – così nobile nella forma e nelle intenzioni – rischia oggi di apparire eccessiva, quasi paralizzante, in un tempo che avrebbe invece bisogno di nomi chiari e di parole coraggiose.
Francesca Albanese, da parte sua, parla il linguaggio del diritto internazionale. Non quello della memoria, ma della responsabilità politica e giuridica. Quando usa il termine genocidio, lo fa alla luce delle convenzioni e dei criteri stabiliti dalle Nazioni Unite. La sua non è una provocazione: è un atto di coscienza giuridica.
In un mondo dove le immagini della distruzione arrivano in tempo reale, non nominare la realtà per timore delle sue risonanze storiche può diventare una forma di complicità involontaria.
Liliana Segre e Francesca Albanese rappresentano, in fondo, due linguaggi della coscienza umana: la memoria e il diritto. Ma mentre la memoria ci ammonisce a non dimenticare, il diritto ci impone di agire quando l’umanità è di nuovo in pericolo.
Tra le due non dovrebbe esserci contrapposizione, ma un dialogo necessario. E in questo dialogo, la prudenza non può diventare un ostacolo alla verità.
Oggi, più che mai, serve il coraggio di usare le parole giuste. Perché, come la storia ci ha insegnato, ogni silenzio – anche il più nobile – può aprire la strada all’indifferenza.
