Singolarità della storia
Introduzione al concetto di singolarità
“Singolarità”, termine presente talvolta anche in fisica e soprattutto in astrofisica (ma qui, beninteso, ci si limita soltanto all’aspetto linguistico o al più concettuale), ed assimilabile pressappoco a qualcosa come “Eccezione”, indica il fatto, l’evento pressoché unico, inassimilabile ad una qualsivoglia regola. “Singolare” è l’individualità che testardamente rifiuta di rientrare in un qualsiasi ordine di carattere generale o universale.
Ora, in quale senso la storia, la conoscenza storica, costituirebbe una singolarità beninteso cognitiva?
La storia come narrazione della verità
Se, preliminarmente, definiamo “Storia” propriamente detta la “Narrazione o Racconto della Verità” o, che è lo stesso, “la Verità Narrata o Raccontata” – essa allora, proprio in quanto “Narrazione-Racconto” può ambivalentemente rientrare nel novero della prosa letteraria (delle storie false, inventate o create delle quali, il “Romanzo Storico” rappresenta il più noto ed eclatante miscuglio tra letteratura e storia) e, però, collocandosi inevitabilmente anche tra le “scienze”, appunto perché conoscenza in quanto narrazione vera o di verità (sarà ad esempio Schopenhauer a retrocederla da “scienza” a “sapere”).
Ritorniamo così, in qualche modo e per vie traverse, al vetusto quesito della collocazione della storia tra le arti o le scienze; problema a partire dal quale iniziò, com’è noto, la prestigiosa attività storico-filosofica di Benedetto Croce, mettente capo ad uno storicismo assoluto di stampo idealistico; ed al quale, il nostro pensatore, decisamente rispose, antipositivisticamente, collocando la storia tra le arti piuttosto che tra le scienze. Più precisamente si tratta della conoscenza dell’individuale e del concreto e comunque in polemica con ogni acritica esaltazione del fatto “puro”, completamente a-teoretico e a-valutativo.
La duplice natura della storia
Potrebbe anche suggerirsi, ricollegando a quanto detto più sopra, la collocazione della storia tanto nel novero delle arti quanto in quello delle scienze, indicando proprio in tale duplicità la sua “singolarità”, cui occorre aggiungere una ulteriore precisazione. Sin dalle origini, il termine “Storia” sta a significare tanto la Narrazione (da qui il più preciso e discriminante “Storiografia” – grossolanamente la forma) quanto il Narrato (la sua materia).
Può suggerirsi, in conseguenza di ciò, l’essere, la verità, non soltanto l’oggetto della Narrazione Storica o Storiografia (narrazione del vero) – bensì anche la coincidenza (procedente per gradi ed approssimazioni come in tutte le scienze) della Narrazione (Storiografia) e del Narrato.
Vita individuale e vita sovraindividuale
Una Biografia (o una Autobiografia se il narratore è il narrato) si distinguono dalla Storia propriamente detta in quanto “Storia Individuale” che noi piuttosto denominiamo “Vita”. Se questa è storia individuale, la storia com’è comunemente intesa è piuttosto “Vita Sovra-individuale” o Collettivo-Sociale.
L’interazione tra Vita Individuale e Vita Sovra-individuale costituisce quel protagonismo storico che Carlyle ha romanticamente denominato “Eroi”. La complementarietà, piuttosto che contraddittorietà, tra Individualità e Sovraindividualità (o alienazione) ci permette, a questo punto, di azzardare una ulteriore definizione di “Storia”: Storia è, cognitivamente, Memoria Sovraindividuale (comune, collettiva, sociale) Condivisa.
La centralità della tematica storica
La centralità della tematica storica percorre l’intera età moderna e contemporanea, ad iniziare dalla sua svalutazione ad opera del matematismo cartesiano, alla sua parziale rivalutazione ad opera di un razionalismo più critico quale quello di Leibniz; sino alla proclamazione vichiana del sapere storico quale unica e genuina scienza dell’uomo.
Dopo una sua parziale sottovalutazione illuministica (ma Voltaire è considerato il fondatore della filosofia della storia), essa ritrova la propria centralità con Hegel ed i post-hegeliani (es: il Materialismo Storico Marxiano). Solo in seguito, tuttavia, essa si costituirà pienamente come scienza indipendente, differenziandosi da ogni filosofia ed anche da ogni scienza naturale.
Critiche e crisi della storia
Sottoposta alla micidiale critica Nietzscheana (la seconda inattuale: “Sull’utilità e danno della storia per la vita”), si tenterà, con Dilthey, di fornirle una tardiva veste speculativa sul modello kantiano come “Critica della Ragione Storica”. Per quanto anch’essa sorta nell’alveo di una ben precisa “filosofia della storia” (comtiano-positivistica), i rapporti tra sociologia e storia sono sempre stati pessimi con l’eccezione, forse, di Max Weber.
Oggi si parla piuttosto di “crisi della storia” come radicale messa in questione del suo valore scientifico e cognitivo in barba di ogni ciceroniano “Historia magistra vitae”.
Le ragioni della crisi
Le ragioni di tale stato di crisi sono molteplici. Ne accenniamo qui soltanto due, una di tipo mentale l’altra di tipo socio-politico – o, se si preferisce, storico anch’esso. La prima consiste nella svalutazione della memoria e del suo ruolo nei processi d’apprendimento. “La memoria è l’intelligenza degli stupidi”, proclamava già Rousseau (cui Napoleone rispondeva forse polemicamente, “La memoria è tutto”).
“Cosa me ne importa della storia? Il mio mondo è il primo e l’ultimo”, incalzava in tempi più recenti il filosofo Ludwig Wittgenstein. Ebbene, esattamente sulla memoria si regge l’identità tanto individuale (identità personale) quanto sovra-individuale (memoria collettivo-sociale condivisa o storia propriamente detta).
Ed è esattamente quest’ultima (vedi il saggio “Contro l’Identità” dell’antropologo Remotti) ad essere oggi svalutata come esiziale (e conservativo-reazionario) elemento divisivo e discriminante impedente la sognata fusione, di tutti i popoli costituenti l’umanità, in nome di una uguaglianza universale trascendente ogni loro diversità e differenziazione (con-fusione peraltro apportatrice di quella che Kant definiva “Pace Perpetua”).
E, tuttavia, i danni cognitivi dell’eclisse e della svalutazione del sapere storico nel nostro tempo sono difficilmente sottovalutabili. “Ciò che storico o ha valore solo storico” è quel che riguarda il solo passato e non più il presente: l’Inattuale.
Ciò vuol dire che, l’eliminazione della storia dal nostro orizzonte mentale, comporta quell’“appiattimento” sull’attualità e sul solo presente di tipo sostanzialmente acritico, se non altro perché, le ragioni o cause, si collocano temporalmente prima di ciò che da esse consegue come proprio effetto – e, questo, a prescindere beninteso da ogni problematicità strutturalmente connessa allo stesso principio di causa ed effetto tanto nell’ambito delle scienze fisiche quanto anche in quello delle stesse scienze storiche.
