La caduta di Troia e la Palestina oggi
di Ivana Madonna
Una riflessione dopo aver sentito “La caduta di Troia “ letta da Massimo Populizio al Museo di Roma
La storia dell’umanità è attraversata da archetipi che tornano, mutano volto, ma conservano la stessa sostanza tragica. Uno di questi è la caduta di Troia, narrata nei poemi antichi come simbolo della città che resiste, assediata per anni, fino a essere annientata. Troia non cade soltanto per la forza delle armi, ma per l’inganno del cavallo: un tradimento che apre le porte alla devastazione, al massacro, alla deportazione dei sopravvissuti. È l’immagine della violenza che non conosce pietà, che colpisce donne, vecchi e bambini, cancellando una civiltà.
Se volgiamo lo sguardo alla Palestina di oggi, in particolare a Gaza, non possiamo non riconoscere echi profondi di quella tragedia. Anche qui una città, un popolo, sono stretti in un assedio che sembra interminabile. Le immagini delle rovine, delle macerie, dei corpi senza vita, richiamano alla memoria l’antico racconto omerico: la distruzione totale, l’annientamento della vita civile, l’urlo soffocato degli innocenti.
La sproporzione delle forze, allora come oggi, segna il destino dei vinti. I Greci vinsero non per eroismo, ma per inganno e per forza soverchiante; oggi la disparità militare si traduce in un conflitto in cui a soccombere è soprattutto la popolazione civile. A Troia le donne furono ridotte in schiavitù, i bambini massacrati; a Gaza assistiamo alla stessa tragedia che colpisce i più indifesi.
Ma ciò che più colpisce è il silenzio degli dèi, che nei poemi osservano, discutono, ma lasciano che la città cada. Oggi quel silenzio si riflette nell’impotenza o nell’indifferenza della comunità internazionale, che pur vedendo la catastrofe, non riesce o non vuole fermarla.
