Il Bello e la sua evoluzione nell’estetica
Il “Bello” è il piacere nella sensazione. Per questo motivo, l’estetica si è inizialmente divisa in una generica “scienza della sensazione” (come in Kant, partendo da Baumgarten, che ne ha coniato la denominazione) e in una più specifica “scienza del piacere nella sensazione”. Quest’ultima ingloba, in sé, anche un’estetica dell’antiesteticità o del brutto, come dimostra la celebre Estetica del Brutto di Karl Friedrich Rosenkranz.
Il Romanticismo ha esteticamente rivalorizzato il grottesco, l’orrido e persino il mostruoso, congedando, in un certo senso, il bello dall’arte. Ci auguriamo che questa operazione non venga imitata dalla scienza nei confronti della verità, come auspicano alcuni sostenitori della post-verità, spesso ignari dell’assurdità e dell’auto-contraddittorietà di tale idea.
Dall’estetica filosofica all’estetica scientifica
In tempi più recenti, l’estetica si è ulteriormente divisa in un’estetica filosofica e un’estetica scientifica, poiché, nonostante ogni forma di relativismo, la bellezza è un piacere che aspira all’universalità, contrapposta alle particolarità e parzialità del semplice “gusto”.
La pratica del bello, e non solo il suo studio filosofico o scientifico, è ciò che definiamo arte. In questo senso, la magia può essere considerata una categoria estetica, un po’ come Kant ha fatto con il sublime nella Critica del Giudizio.
Magia e pratica estetica
Prima di elevare la magia a elemento estetico – o meglio, a residuo estetico in una società disincantata come la nostra – è necessario chiarire la sua natura. Tradizionalmente, come nel De Vinculis di Giordano Bruno o nel Senso delle Cose e la Magia di Tommaso Campanella, la magia è una tecnica soprannaturale basata sulla manipolazione di cause nascoste per ottenere effetti manifesti.
Da questa prospettiva, la scienza non è una rottura con la magia, bensì una sua evoluzione. Il noto principio secondo cui “tecnica avanzata e magia risultano indistinguibili” sottolinea questa continuità.
La magia secondo Alesteir Crowley
Uno dei maggiori teorici e praticanti della magia nel secolo scorso, Alesteir Crowley, la definiva come “l’arte e la scienza di produrre cambiamenti conformi alla volontà”. Per distinguerla dalla semplice prestidigitazione, illusionismo o mentalismo, la chiamava Magick, relegando il termine “magia” a un ambito più ristretto.
Gli scettici del CICAP riducono la magia a un inganno, un’abilità di manipolazione dell’apparenza per falsificare la realtà. In una visione meno scettica, invece, la magia diventa paranormale o parapsicologica, studiata con metodo scientifico dalla vecchia metapsichica, oggi conosciuta come parapsicologia.
Magia e antropologia: un legame da riscoprire
Oltre che un tema scientifico e filosofico, la magia è anche una questione antropologica. Tuttavia, nel passato si è spesso confuso il concetto di “magico” con quello di “primitivo”, attraverso un colonialismo culturale che Wittgenstein ha criticato nelle sue Note sul Ramo d’Oro di Frazer.
Il filosofo Leonardo Coppo evidenzia come Wittgenstein abbia demolito il pregiudizio occidentale per cui tutto ciò che non si comprende viene etichettato come tribale o primitivo. Come scrive Coppo:
“Chi decide che possedere una tecnologia sia un valore superiore a saper leggere il proprio passato nel fuoco, la notte? O a saper leggere i tarocchi o i quadri astrali?”
L’idea di progresso come valore assoluto è dunque una costruzione culturale, non un dato di fatto oggettivo.
Sociologia e magia: un’analisi di Raymond Boudou
Anche la sociologia ha analizzato il rapporto tra magia e ideologia. Il sociologo Raymond Boudou, nel suo studio L’Ideologia – Origine dei Pregiudizi, afferma:
“Le credenze magiche sono credenze in idee false. In questo senso, possono essere accostate alle credenze ideologiche, che possiedono anch’esse il duplice carattere di difendersi dal criterio del vero e del falso e di essere false.”
Boudou, riprendendo Weber, sostiene che la magia non è irrazionale di per sé: “La soluzione del problema della magia non si trova nella mentalità del mago, ma nella mente dell’osservatore.”
Magia e immaginazione: l’eredità culturale della magia
Secondo lo storico delle religioni Petru Culianu, la magia può essere vista come una scienza dell’immaginazione, nonché come un metodo di controllo delle masse basato sulla conoscenza delle pulsioni erotiche individuali e collettive.
In questa prospettiva, il mago del Rinascimento anticipa figure moderne come l’esperto di relazioni pubbliche, il propagandista, la spia, il politico, il censore, il direttore dei media e il pubblicitario.
La magia come esperienza estetica
Come si configura, allora, la magia come elemento estetico?
Già nel linguaggio comune parliamo di magia o magicità di qualcosa. La magia è incanto, un’esperienza che affascina, stupisce e cattura. Il termine stesso deriva da “incantesimo” e si declina in due dimensioni:
- L’incantevole, come corrispondente oggettivo
- L’incanto, come correlato soggettivo
L’incanto è ciò che suscita stupore e meraviglia, la stessa meraviglia che, secondo Aristotele, è l’origine della conoscenza:
“Infatti, gli uomini, sia nel nostro tempo sia dapprincipio, hanno preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare… Chi è nell’incertezza e nella meraviglia crede di essere nell’ignoranza.” (Metafisica, Aristotele)
Il disincanto del mondo e la persistenza della magia
L’esperienza estetica della magia è la radice della scienza stessa, che poi la nega e la annulla attraverso il processo di disincanto del mondo, teorizzato da Weber.
Tuttavia, la magia continua a esistere come residuo estetico. In un mondo disincantato, persiste perché è incanto, e l’incanto è bellezza.
In quanto “incantevole”, il mondo è magico. E in quanto è magico, il mondo è bello.
La magia è la bellezza del mondo. La bellezza del mondo è la sua magia.