Bit Generation e Radici: La Niña e la ricerca della verità in una società posticcia
di Sergio Mantile
Punto primo. Sono un assiduo fruitore di YouTube e avevo notato da molto tempo qualcosa nei video provenienti dalla Russia, che mi colpiva positivamente, senza che mi soffermassi a capirne la ragione.
Peraltro, si tratta di video delle più disparate fonti e tipologie (comunicazioni istituzionali, manifestazioni ufficiali, documentari, resoconti realizzati da youtuber locali e anche inglesi e americani sui paesaggi interni e sulle numerose etnie locali, esibizioni canore dilettanti e professionali, commenti di studiosi, balletti).
Sicuramente, la curiosità era stimolata dal forte contrasto che percepivo rispetto all’immagine mediale che abbiamo conosciuto per decenni in occidente. In quella rappresentazione i russi sono descritti in prevalenza come rozzi, grigi, violenti.
Nel migliore dei casi, quando li si è voluti trattar bene, sono rigidi come Danko, il poliziotto sovietico del film interpretato da Arnold Schwarzenegger nel 1988.
Punto secondo. Partecipo al più recente appuntamento dei Linguaggi della creatività, il 6 maggio 2026, organizzato dall’Osservatorio Giovani dell’Università di Napoli e coordinato dal prof. Lello Savonardo, presso la chiesa dei Santi Marcellino e Festo e ho una rivelazione estetica straordinaria.
Questa volta il dialogo del prof. Savonardo è con la cantautrice La Niña (Carola Moccia), che è intelligente e del tutto all’altezza del dibattito accademico sulle sue composizioni. Ma quello che mi colpisce sono i due suoi videoclip, che vengono proiettati in sala.
(Dopo, naturalmente, anche la visione di tutti quelli che ho poi scaricato da YouTube).
Mentre danza e canta, si comprende che La Niña non sta solo “performando” un brano; sta agendo come attore sociale che incarna un’appartenenza, che ci riflette e ci include profondamente.
Avverto l’emozione di essere parte di un albero millenario, solidamente radicato, che continua a fiorire in quella voce, in quei cori e in quelle danze. Proprio quello che in Savonardo si traduce nella capacità dei linguaggi artistici di farsi portatori di senso profondo, laddove la comunicazione globale tende invece a svuotarli.
Punto terzo. Confronto istintivamente quella espressione artistica con le raffigurazioni usate frequentemente dai mezzi di comunicazione per deformare senza sosta il Sud e la sua cultura, e comprendo che cosa avevo trovato attraente nei citati video russi. “Mentre l’Occidente si sforza di sembrare felice, la tradizione (che sia russa o napoletana) si limita ad essere vera.”
Comparazione non ideologica ma solo sociologica, seppure in qualche modo vincolata al mio essere “cittadino meridiano”. Tant’è che non esiste ovviamente un Occidente compatto e coerente; che l’Italia è molto diversa dalla Norvegia, come gli Stati Uniti dalla Spagna o dall’Olanda. Ma la narrazione trans culturale sulla Russia, veicolata soprattutto dal cinema e dalla televisione, è quella.
Per oltre mezzo secolo, la rappresentazione cinematografica e mediatica occidentale ha costruito un’immagine del popolo russo come un blocco monolitico, rozzo e privo di sfumature emotive, quasi che il materialismo storico ne avesse “spianato” l’anima.
Parallelamente, l’Occidente si è autoritratto come un modello di effervescenza, euforia e libertà. Eppure, oggi assistiamo a un paradosso comunicativo: l’euforia occidentale può essere vissuta come una performance posticcia, mentre la “compostezza solida” di altre narrazioni inizia a comunicare una rassicurante certezza.
La Società dello Spettacolo contro il Re-incanto
L’attuale sensazione di scollamento deriva da un urto tra due modelli ontologici. Da un lato, la società dello spettacolo di Debord, dove per esistere occorre apparire e l’emotività performativa, necessaria al consumo, genera una “positività tossica”.
Dall’altro, l’emersione di una sorta di resistenza culturale (russa, napoletana, ma non solo) che punta sulla Longue Durée. Una stabilità fatta di storia, terra e spirito.
In un mondo “liquefatto”, privo di forme permanenti, la serietà e la compostezza del linguaggio del corpo — si pensi alla solennità di certe espressioni artistiche visibili sui nuovi media — agiscono come “attrito”.
Questo attrito non è freddezza, ma integrità: è il rifiuto di svendere il proprio spazio interiore per compiacere l’interlocutore globale.
Ri-codificare le radici
Il legame tra estetica e identità trova una sponda fondamentale nel concetto di Bit Generation, con cui Savonardo illustra come le nuove generazioni possano ri-codificare le radici senza rinnegarle.
L’esempio di artisti come La Niña è emblematico: l’uso della fisicità e della modernità non è finalizzato all’omologazione del pop-marketing (alla Dua Lipa o alla Shakira), ma è uno sviluppo del “nuovo” sul flusso della tradizione (nel suo caso, quella napoletana).
Il corpo de La Niña (per esempio nel video clip “Tu”) contrasta con il corpo-vetrina, tipico del pop globale, finalizzato alla vendita di uno stile di vita effimero.
Il corpo emblematico de La Niña trasuda storia e appartenenza. La “solidità” che percepiamo in certi sguardi o posture è la consapevolezza di non essere individui isolati, ma terminali di una genealogia culturale.
La Bellezza come Verità: Una necessità esistenziale
La “solidità” russa o il “pathos” radicato della nuova canzone napoletana non sono semplici rifugi nostalgici, ma portatori di un valore oggettivamente durevole. In un mercato della comunicazione saturo di sorrisi forzati, la sobrietà diventa la nuova trasgressione.
Questa forma di “Nuovo Umanesimo Radicato” suggerisce che la bellezza non nasce dalla libertà assoluta di de-strutturare tutto, ma dalla capacità di abitare un luogo e una storia.
La sensazione di “infrangersi” contro la solidità di modelli meno liquidi è, forse, il segnale che il tempo del gioco è finito: l’Occidente è chiamato a decidere se continuare a galleggiare in un’euforia senza contenuto o riscoprire la “sostanza”.
Il futuro sembra appartenere non a chi corre più veloce, ma a chi è più denso.
Se la comunicazione occidentale ha abusato dell’euforia come anestetico, il risveglio richiede un ritorno alla serietà colta e identitaria.
Come suggerito dal confronto, sviluppare il nuovo sul corpo della tradizione è l’unica alternativa possibile per tornare a percepire, in un mondo di bit, qualcosa di autenticamente vero.

