di Sergio Mantile
Tra i nomi che hanno contribuito a rendere l’Università Federico II di Napoli un punto di riferimento nazionale per l’inclusione, quello del Prof. Alessandro Pepino occupa un posto di rilievo. Ingegnere biomedico, docente e per oltre vent’anni Delegato del Rettore per la Disabilità e i DSA, ha unito competenza scientifica e sensibilità sociale, trasformando il linguaggio dell’accademia in azioni concrete a favore degli studenti.
Dal 2000 al 2023 ha guidato con dedizione la sezione Disabilità e DSA del Centro SINAPSi, promuovendo progetti pionieristici su accessibilità, tecnologie assistive, formazione e supporto personalizzato. Il suo impegno ha contribuito a cambiare il modo in cui l’università guarda alle persone con disabilità e ai giovani neurodivergenti, aprendo spazi nuovi per una didattica più equa e consapevole.
In questa intervista, il Prof. Pepino ripercorre oltre vent’anni di attività tra ricerca, innovazione e attenzione alle persone, condividendo la sua visione sull’inclusione, sul ruolo sociale dell’università e sulle sfide che attendono la didattica del futuro.
Premessa del professore
Rilascio la seguente intervista nella veste di ex Delegato del Rettore per la Disabilità e i DSA dell’Università “Federico II”.
A fine 2023, senza alcuna motivazione riportata nella delibera del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione, sono stato sostituito dalla Prof.ssa Maria Francesca Freda.
Pertanto, tutte le mie considerazioni e i riferimenti qui contenuti si riferiscono al periodo 2000–2023.
Per ulteriori dettagli è possibile consultare la Relazione di fine mandato.
L’intersezione tra Ingegneria, Disabilità e Inclusione
Come ha coniugato la sua formazione in Ingegneria Biomedica con il ruolo di Responsabile della Sezione Disabilità e DSA di SINAPSi? Qual è il fil rouge tra questi ambiti?
Uno dei miei principali ambiti di ricerca è sempre stato quello della riabilitazione.
Dal 2000, quando ho iniziato la mia esperienza come consulente e poi come Delegato per la Disabilità della Federico II, ho ampliato il mio campo di studi alle tecnologie assistive, che rappresentano l’area più vicina al mondo della disabilità.
L’Ingegneria Biomedica, essendo una disciplina per sua natura trasversale, ha da sempre abbracciato anche il settore delle tecnologie per le persone con disabilità.
Queste competenze si sono rivelate estremamente preziose all’interno di SINAPSi, poiché hanno consentito di trasformare auspici e frasi di circostanza – spesso tipiche del mondo accademico – in azioni concrete a sostegno degli studenti con disabilità.
Nel suo ruolo di coordinatore delle attività di ricerca sulla riabilitazione e sulle tecnologie assistive, quale tecnologia emergente ritiene abbia oggi il maggiore potenziale per migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità?
Sicuramente l’Intelligenza Artificiale. Essa consente di svolgere compiti riducendo al minimo le attività operative: permette di scrivere senza usare le mani, leggere senza gli occhi, interpretare immagini senza doverle vedere.
In questo modo, l’IA libera la persona dalle funzioni più meccaniche, lasciando spazio agli aspetti più alti della nostra intelligenza.
È proprio ciò a cui le persone con disabilità possono aspirare maggiormente: superare le difficoltà legate alle funzioni operative, che sono quelle che l’intelligenza artificiale riesce oggi a gestire con grande efficacia.
Nel 2004, SINAPSi ha ricevuto il Premio Assoluto Forum PA come Pubblica Amministrazione del Sud più accessibile. Cosa ha significato questo riconoscimento per il Centro e quali sono stati i fattori chiave di quel successo?
Nei primi anni 2000 avviammo presso la Federico II un’intensa attività di ricognizione e sensibilizzazione sulle barriere architettoniche, poiché, essendo un ateneo storico, l’Università presentava gravi criticità da questo punto di vista.
All’epoca l’accessibilità era intesa prevalentemente in senso architettonico.
Il censimento delle barriere, azione tutt’oggi importante e innovativa, fu uno degli elementi qualificanti che portarono al premio ricevuto.
A distanza di oltre vent’anni, il risultato di quel lavoro, consultabile sul sito www.barriere.unina.it, sebbene oggi superato e non allineato alle più recenti normative tecniche in materia di accessibilità informatica, rappresenta ancora un esempio per molte Pubbliche Amministrazioni.
Negli anni successivi ho potuto osservare un notevole incremento della sensibilità, sia del management sia del personale docente e tecnico-amministrativo, verso i temi dell’accessibilità.
Questo approccio è divenuto pervasivo e, ancora oggi, posso affermare che la Federico II rimane un’università tra le più avanzate in Italia sul piano della consapevolezza inclusiva.
Lei insegna discipline come “Simulazione in Medicina”: in che modo la dimensione sociale e l’accessibilità entrano nella formazione dei futuri ingegneri e medici?
L’Ingegneria della Riabilitazione è una delle branche più qualificanti dell’Ingegneria Biomedica.
Nel corso di laurea della Federico II è previsto un percorso specifico dedicato alle neuroscienze, che include insegnamenti mirati sugli ausili e sulla riabilitazione.
La simulazione rappresenta inoltre una tecnica innovativa e promettente per creare ambienti virtuali personalizzati, particolarmente utili nella rieducazione e nel recupero funzionale: dai bambini con autismo alle persone anziane con Alzheimer.
Il vero punto di forza di queste tecniche risiede nella personalizzazione: ogni disabilità e ogni persona sono diverse, e la possibilità di adattare i modelli ai bisogni specifici rappresenta un valore aggiunto fondamentale.
Come viene gestita l’attività di tutorato specializzato per gli studenti con disabilità e DSA? Qual è l’aspetto più cruciale per garantire un supporto efficace?
Per tutorato specializzato si intende l’insieme degli interventi di supporto alle persone con disabilità o con altre necessità specifiche all’interno dell’università.
Non si tratta, quindi, di tutor specializzati nel senso scolastico del termine – assimilabili agli insegnanti di sostegno, figura che non ha senso in ambito universitario – ma di servizi specializzati che, in alcuni casi, possono anche prevedere la presenza di tutor, ma solo in casi specifici e non come intervento sistemico.
Questi interventi richiedono oggi un elevato grado di personalizzazione e un carico di lavoro non indifferente.
Ritengo, senza ombra di dubbio, che l’aspetto più cruciale sia la modifica del contesto didattico.
La maggior parte degli interventi è infatti volta a rendere più accessibili i materiali didattici, i corsi e gli esami; tuttavia, se le metodologie di insegnamento restano ancorate a vecchi paradigmi, il tutorato rischia di diventare, nel tempo, un modello insostenibile.
Le categorie di studenti che necessitano di interventi specializzati sono in costante aumento: rispetto a vent’anni fa, almeno il 20% degli studenti che un tempo venivano considerati “svogliati” si rivelano oggi portatori di bisogni educativi specifici, sebbene non sempre rientrino nelle tradizionali categorie della disabilità.
Questi studenti, in continuo aumento, sono definiti neurodivergenti: giovani brillanti, con un’intelligenza spesso superiore alla media, che però non riescono ad apprendere con i metodi tradizionali basati su ascolto, lettura e memorizzazione.
Per loro è necessario utilizzare sistemi didattici innovativi – come simulatori, focus group esperienziali, elaborati progettuali, videolezioni registrate, ecc. – strumenti che, purtroppo, sono ancora raramente utilizzati dai docenti universitari.
Lei ha ideato progetti specifici per gli studenti caregiver familiari e per quelli con ADHD. Quali sono le esigenze particolari di queste categorie che giustificano un progetto dedicato?
Entrambe queste categorie di studenti condividono una difficoltà significativa: seguire regolarmente le lezioni in presenza.
Per questo motivo è necessario predisporre modalità di insegnamento flessibili, che non impongano la presenza fisica in aula.
Si tratta della cosiddetta formazione asincrona, ossia quella modalità di apprendimento che consente agli studenti di studiare in autonomia, nei tempi e nei modi più compatibili con le proprie esigenze personali e familiari.
Queste esigenze sono comuni anche a molti studenti con disabilità, con DSA, fuori sede o lavoratori.
Parliamo di una popolazione studentesca che, nei grandi atenei metropolitani, raggiunge ormai il 30–40% del totale e che oggi si confronta con le università telematiche, le quali – pur avendo talvolta una reputazione inferiore – riescono ad attrarre un numero crescente di studenti proprio grazie alla loro flessibilità.
Il progetto di Servizio Civile rappresenta il braccio operativo di SINAPSi: in che modo questa esperienza contribuisce, a suo parere, a sviluppare una sensibilità sociale e civica nei giovani volontari?
Il progetto di Servizio Civile è attivo presso il Centro SINAPSi da circa vent’anni; ne fui l’ideatore e promotore nel 2004, insieme all’amico Enrico Borrelli.
Grazie a questo programma, i giovani sotto i 28 anni possono contribuire concretamente ai servizi offerti dal Centro attraverso attività accessibili anche a chi non possiede una specifica formazione professionale: digitalizzazione di testi, accompagnamento o coaching di studenti con disabilità nelle aule universitarie.
Allo stesso tempo, in piena coerenza con lo spirito del Servizio Civile, i volontari hanno l’opportunità di comprendere da vicino le problematiche e le dinamiche legate alle diverse forme di disabilità.
Gestire un progetto così ampio – con circa 50 giovani spesso alla loro prima esperienza lavorativa – richiede grande attenzione, competenza e presenza costante sul campo.
In vent’anni di esperienza non sono mancati episodi complessi, ma grazie allo staff tecnico e alla supervisione diretta, ogni criticità è sempre stata risolta nel migliore dei modi.
Qual è la maggiore sfida burocratica o organizzativa che l’Università incontra nel rendere i suoi servizi pienamente inclusivi e accessibili (al di là degli ausili tecnici)?
La gestione degli studenti neurodivergenti presenta complessità organizzative rilevanti.
Gli studenti con disabilità richiedono servizi spesso impegnativi ma, in genere, stabili nel tempo; gli studenti neurodivergenti, invece, necessitano di strumenti compensativi personalizzati per ciascun esame, il che comporta un continuo lavoro di mediazione e sensibilizzazione dei docenti, non sempre consapevoli delle specifiche esigenze.
Considerando che ciascuno di questi studenti deve sostenere almeno 25 esami – non sempre superati al primo tentativo – si comprende come il carico gestionale e comunicativo sia estremamente oneroso.
Anche in questo caso, l’innovazione didattica rappresenta un fattore determinante.
Lei utilizza la piattaforma di blended learning anche per le lezioni in presenza. Quali benefici concreti, oltre alla registrazione delle lezioni e alla condivisione degli appunti, ha riscontrato in termini di inclusività per tutti gli studenti?
Una piattaforma di blended learning – ossia di didattica mista – non rappresenta un’alternativa alla didattica tradizionale, ma un importante strumento di supporto.
Queste piattaforme, adottate nei principali atenei italiani e internazionali, consentono agli studenti di studiare a distanza, raggiungere gli obiettivi formativi con maggiore flessibilità e utilizzare strumenti didattici interattivi e collaborativi.
Il blended learning è dunque una condizione necessaria per una didattica realmente inclusiva, capace di adattarsi alle esigenze e alle modalità di apprendimento di ogni studente.
In che modo gli strumenti esercitativi, i test di autovalutazione e i forum online supportano in modo specifico gli studenti con DSA o altre esigenze speciali nel loro percorso di studio?
In realtà questi strumenti sono generali, tipici delle piattaforme di supporto alla formazione – in particolare della formazione blended – e vengono utilizzati dagli studenti con DSA al pari degli altri.
Come già evidenziato nelle risposte precedenti, tali piattaforme risultano particolarmente utili per tutti quegli studenti che devono conciliare i propri tempi di apprendimento con le esigenze dello studio universitario.
In questo senso, strumenti come esercitazioni, test e forum di discussione rappresentano un valido supporto inclusivo per l’intera popolazione studentesca.