Intervista a Pasquale Martucci, sociologo e ricercatore sociale specializzato sul tema dell’identità del Cilento
di Sergio Mantile
Come e perché il Cilento è diventato il fulcro dei tuoi studi sociologici? C’è stata una motivazione personale o prevalentemente accademica?
Sono nato ad Acciaroli, nel Cilento, ho vissuto lì per alcuni anni e poi sono andato via per motivi di studio e lavoro. Da bambino vedevo la ricchezza della cultura di questa terra, anche se fino alla conclusione dei miei studi in sociologia non me ne sono interessato. Ho però continuato a frequentare amici che raccoglievano storie, aneddoti ed evidenziavano la vita popolare. Con il giornale: “Il Mezzogiorno Culturale” (1987-1995), ho percorso tutto il territorio e maturato la convinzione che occorresse sistematizzare, analizzare e trovare indicazioni dal materiale raccolto. Ho avuto la fortuna di incontrare il prof. Aldo Musacchio, sociologo dello sviluppo, che mi ha manifestato la sua espressa volontà di non lavorare su un passato con intenti conservativi e nostalgici.
Ho compreso, come affermava Ferrarotti, che la sociologia è indirizzata al cambiamento, attraverso uno sguardo conoscitivo che valorizza la memoria del passato per guardare al futuro. E questa è stata la sfida che mi ha fatto continuare. Poi le cose sono andate da sole: ho affinato la mia ricerca di impronta qualitativa ed ho prodotto alcune indicazioni per lo studio del territorio.
I fenomeni sociali che hanno trasformato il Cilento
Quali sono, a tuo avviso, i tre fenomeni sociali più significativi che hanno caratterizzato il Cilento negli ultimi due decenni?
Negli anni Novanta, c’è stata l’istituzione e poi il consolidamento del Parco Nazionale, che ha prodotto la percezione che le cose potessero cambiare, in termini ambientali e più estesamente culturali, se non altro per via di opportunità di risorse e finanziamenti. Molto è stato affidato però ad una visione ideale piuttosto che ad un cambiamento della realtà. Il secondo fattore è stato il turismo di massa, che ha investito soprattutto le coste ed ha fatto conoscere all’esterno il territorio: oggi è inteso in accezione deleteria, presupponendo piuttosto l’esigenza più prettamente culturale, nel senso di abbandonare l’overtourism per una conoscenza significativa di luoghi e storia. Poi c’è stata soprattutto la tecnologia che ha fatto emergere l’attitudine di tanti cilentani a proporre online le caratteristiche e la tipicità di questa terra e farle conoscere in contesti più ampi.
Un altro elemento è certamente legato al Patrimonio Culturale, pensiamo alla Dieta Mediterranea (nata qui) ed alle risorse archeologiche (Paestum, Velia, Padula …). La recente istituzione dell’IPIC (Inventario del Patrimonio Immateriale Campano) ha permesso a tanti beni culturali di essere conosciuti: nell’ultimo anno una decina di risorse immateriali cilentane sono stati inserite nell’Inventario.
La metodologia qualitativa e la ricerca sul campo
Qual è la metodologia di ricerca che privilegi quando studi contesti locali come il Cilento?
La metodologia qualitativa, che ha richiesto un periodo di Perfezionamento presso il “Suor Orsola Benincasa” a Napoli. La ricerca sul campo, legata alle informazioni raccolte e alle testimonianze dirette, permettono di avere un quadro che spesso i dati prettamente statistici non riescono a definire in maniera compiuta (come lavorare sulle relazioni ed emozioni, ad esempio?). E poi, è anche dispendioso investire in strumenti quali questionari da somministrare ed altre modalità di indagine.
La ricerca sul campo è da me realizzata in maniera del tutto volontaria, con il supporto di altri ricercatori che hanno la voglia di conoscere e valorizzare questa terra. Se penso alle ricerche sulle feste, il contatto con l’evento e la costruzione di una serie di indicatori, legati ad esempio alle forme comportamentali e rituali, all’ethos emotivo intorno alla festa, alla partecipazione del pubblico, tutto ciò mi consente di avere l’idea di ciò che accade, soprattutto se si svolge una accurata comparazione di dati con altre manifestazioni, con il supporto di documentazione e riscontri presenti in loco.
Il senso della “cilentanità”
Cosa intendi per “identità cilentana” oggi? Quanto è legata alla storia, all’agricoltura o, al contrario, al turismo e alla modernità?
Questa è una questione non facile da affrontare in uno spazio limitato. L’identità cilentana è stata da me definita: cilentanità. Per giungere a questo concetto, fin da bambino ho compreso che il territorio avesse delle caratteristiche particolari, specifiche. Ed allora, in occasione della ricerca per realizzare il libro: “Identità cilentana e cultura popolare”, pubblicato nel 1997, con il mio collega e amico prof. Antonio Di Rienzo abbiamo posto a studiosi del territorio una serie di quesiti: “Che significa per lei essere cilentano? Esistono differenze con altre realtà?
C’è una caratteristica che accomuna i cilentani?”. Alcuni hanno parlato di un certo modo di comportarsi, altri della specificità linguistica (il dialetto), altri di una mentalità particolare, altri ancora di un carattere che si è costruito nel suo sviluppo storico. Certamente c’erano differenze territoriali, pensiamo solo ad un’area molto vasta, dalla costa all’interno, con differenze legate agli sviluppi delle civiltà che si sono succedute, e di molteplici campanili. Ad ogni modo, la caratteristica di fondo è stata la cultura contadina.
Allora ho confrontato le caratteristiche delle comunità di Tönnies con la specificità di questa identità ed ho fatto le seguenti considerazioni: il territorio si fonda su legami familiari organizzati sul modello agricolo, in cui i campi da coltivare sono la fonte primaria di sussistenza. Le comunità di tale tipo si estrinsecano nei luoghi di appartenenza e si basano su: riconoscimento; sicurezza; assenza di solitudine; solidarietà. Il senso dell’identità cilentana è riconducibile a: atteggiamenti e abitudini (di vita); adattamento (nel rapporto con l’ambiente); appartenenza e attaccamento (ai luoghi e alle persone); subalternità (al potere); accoglienza e disponibilità (nei confronti dell’ospite).
A questo si deve certamente aggiungere la specificità di ogni paese che si concretizza in elementi che si risolvono, in occasione dei momenti festivi, sul piano “religioso” (Santo Patrono e particolari rituali), “storico-architettonico” (ruderi, castelli, monumenti), “culturale” (rievocazioni del passato), legati a “prodotti tipici” (cacioricotta, cipolla di Vatolla, fichi bianchi del Cilento). Certo come ricondurre ad una certa identità tutto ciò è una questione non risolutiva, ma che riguarda forse le modalità di una ricerca in divenire.
L’identità evolutiva e le nuove generazioni
E per identità evolutiva?
Oggi molto è cambiato e certamente la modernità definisce nuove modalità di essere appartenenti a questa terra. Il cambiamento non consente di poter sostenere la staticità di un mondo, che forse a ben vedere non è mai stato tanto statico, ma soggetto a condizioni che investono soprattutto le nuove generazioni, che si muovono in un mondo globalizzato.
Non c’è la cultura contadina, ma forse una cultura legate alle risorse ambientali, storiche e certamente a quelle di una certa tipicità, o ancora a tante realizzazioni artigianali e a lavorazioni specifiche dei luoghi. Negli ultimi tempi, abbiamo molto investito nelle nuove generazioni: il “Premio Identità del Cilento” (organizzato dall’Associazione Progetto Centola e dal Gruppo Lambro/Mingardo/Cultura) ci ha permesso di mettere in relazione i giovani con le loro identità territoriali. Sono emersi riscontri importanti: ad esempio la ricerca dei ragazzi si è indirizzata a lavorazioni particolari (libbàni, corde realizzate con fibre vegetali), oppure a piatti tipici (maracucciàta, una sorta di polenta costituita da legumi simili ai ceci).
Ecco, forse agendo sulla specificità di queste aree si possono incentivare i giovani a non abbandonare il territorio e trovare in esso le occasioni per poter restare. Oggi la tecnologia aiuta e per fortuna in molti casi alcuni giovani invertono la tendenza e restano, magari attraverso una azione di dentro e fuori, ovvero andare via per acquisire nuove consapevolezze e tornare per occuparsi delle risorse di cui è ricco il territorio. Le ricerche in generale rilevano questa tendenza. Ma anche qui, siamo solo all’inizio di un lavoro in fieri.
Libri, concetti e dibattiti sul territorio
Tra i tuoi libri e le tue pubblicazioni, quale ritieni sia quello che ha generato il maggiore impatto o dibattito sul territorio cilentano e perché?
“Identità cilentana e cultura popolare” (1997) è stato il primo, e dunque quello che ha costituito una sorta di spartiacque per dire come una nuova modalità di studio, oltre alle pubblicazioni di impronta essenzialmente storica, potesse essere importante nel territorio. Poi quel volume ha proposto il termine cilentanità, che in seguito è stato anche di titolo di un altro libro del 2008, appunto: “Cilentanità.
La ricerca dell’identità cilentana nelle storie e racconti di vita vissuta”. Quel termine è stato essenziale, così come identità evolutive, oppure genius loci, su cui mi sono soffermato in seguito. Quello che però mi ha dato la possibilità di realizzare convegni e dibattiti, non solo di presentazione dei volumi, ma anche di approfondimento su alcune dinamiche territoriali è stato: “Del Cilento e del suo Genius loci. Epistemologia di un territorio tra tradizione e cambiamento”. Poi ci sono stati diversi lavori sulle feste territoriali che mi hanno permesso di elaborare indicatori qualitativi per realizzare studi specifici. Infine, saggi che fanno parte di volumi collettivi, che hanno permesso di produrre la conoscenza dei luoghi.
Il blog come spazio di ricerca e divulgazione
Qual è l’obiettivo principale del tuo blog? È uno strumento di citizen science o prevalentemente di divulgazione scientifica?
http://ricocrea.it, è l’acronimo di ricerca, costruzione, creazione. Si occupa di ricerca sociale e riguarda le relazioni dell’individuo nella società, osservate attraverso studi, analisi e confronti sulla vita quotidiana, sempre in rapporto alla memoria e ad una proiezione verso il futuro. Certamente è importante la ricerca applicata, ma anche tutta una serie di stimoli che provengono dalla letteratura scientifica e che servono a costruire i tasselli di quelle che poi saranno le ricerche nel territorio. E poi la stretta attualità, non trattata come tale, ma soprattutto affrontata in maniera critica attraverso analisi e confronti.
Criteri di scelta e linea editoriale
Come scegli gli argomenti delle recensioni e delle ricerche che pubblichi sul blog? C’è una linea editoriale specifica?
Le pubblicazioni che si susseguono nel panorama scientifico danno luogo a stimoli che mi proiettano verso autori che hanno lasciato il segno. Se devo parlare di un argomento particolare mi occupo di quel pensatore ne ha lasciato qualche traccia significativa. Poi c’è l’attualità, quello che accade nel territorio, i volumi pubblicati, i convegni cui partecipo. Faccio però attenzione ad approfondire aspetti che altri non trattano, perché si limitano alla pubblicizzazione del libro o ad una recensione che tutti si aspettano.
Qual è la sfida maggiore nel tradurre un’analisi sociologica complessa in un linguaggio accessibile e coinvolgente per i lettori di un blog?
Se leggo qualche mio scritto degli anni novanta non mi riconosco. Avevo allora voglia di produrre cose complesse ed offrirle in un linguaggio complesso. Con gli anni ho affinato la scrittura, perché ho compreso che nessuno ti legge se proponi concetti incomprensibili. Però la mia attenzione è di non rendere banali i concetti. Magari riporto un virgolettato e poi ne spiego il senso.
Partecipazione e riscontro sul territorio
Qual è il riscontro della popolazione locale e degli amministratori quando presenti i risultati delle tue ricerche e dei convegni?
Esiste oggi una scarsa partecipazione alle attività culturali. Ciò non solo per gli argomenti trattati ma per una attitudine a voler vivere cose molto più semplici. Ho notato che se ai convegni metti della musica, oppure proponi uno spettacolo teatrale e poi un dibattito, le cose si capovolgono. C’è forse l’esigenza di vivere le relazioni, i corpi, la danza, tutte manifestazioni specifiche dell’uomo in ogni epoca. Poi ci sono feste e sagre che attirano un pubblico enorme.
Un evento culturale è poco seguito, ma coloro che sono presenti quasi sempre apprezzano. Gli amministratori applaudono, ma poi sono poco consequenziali nel cogliere spunti e nel tradurre le idee in azioni. C’è però da dire che Domenico De Masi, quando era presidente del Parco Nazionale, mi voleva coinvolgere per una azione di formazione per coloro che si occupavano della gestione di quella istituzione. Poi è stato sostituito prima che il tutto si concretizzasse.
Dalla ricerca alla politica
Ritieni che le tue ricerche abbiano influenzato concretamente alcune scelte politiche, economiche o sociali nel Cilento? Se sì, puoi fare un esempio?
Mi ricollego alla precedente risposta, anche se l’attenzione alle mie ed alle altre idee (oggi soprattutto in estate ci sono infinite iniziative) comportano quanto meno una diversa attenzione. Ad esempio, negli ultimi anni sono stato uno dei primi a parlare di Patrimonio Culturale Immateriale. Devo dire che ci sono infiniti convegni su questo tema e spesso mi invitano perché produco analisi differenti e diversificate.
Anche sul concetto di identità mi sembra di notare una differente attitudine a parlarne. Ma qui entriamo anche in altre logiche, soprattutto politiche, che sono quelle generali del Made in Italy e delle produzioni locali da difendere a tutti i costi. Siamo tuttavia nelle chiusure e nelle azioni difensive che certamente non riguardano le identità evolutive di cui mi occupo.
I convegni come strumenti di azione
Qual è il ruolo dei convegni e degli eventi pubblici nel tuo lavoro? Sono momenti di celebrazione o vere e proprie piattaforme di action research?
Non cerco mai la celebrazione o l’affermazione del narcisismo culturale, cosa molto comune. Insieme allo psichiatra e antropologo Luigi Leuzzi, ad esempio, abbiamo svolto per due anni numerosi incontri e dibattiti pubblici sul concetto di identità e cultura. Quelle idee ci hanno poi fatto realizzare un lavoro a quattro mani: “Identità Evolutive”, in cui abbiamo affrontato il Cilento che resta (Leuzzi) e, partendo dall’importanza della memoria, ciò che evolve e si modifica con il cambiamento dei tempi (Martucci). Dunque, certamente si tratta di ricerca ed idee per agire. Nelle mie iniziative cerco sempre di porre dei semi che spero con il tempo possano coinvolgere ambiti più estesi.
Etica e obiettività del ricercatore
Quali sono i principali rischi o derive che un sociologo locale deve evitare per mantenere l’obiettività scientifica (ad esempio, il coinvolgimento emotivo o politico)?
Credo che su tutto prevalga la coscienza di fare ricerca con scrupolosità e con obiettività. Quando ho studiato le feste territoriali mi sono preoccupato di rilevare i punti di debolezza dell’organizzazione di quegli eventi. Non per dire: “Io ho la soluzione!”, ma soprattutto per stimolare nuove iniziative che oggi i giovani vogliono intraprendere. Penso ad esempio all’antica fiera di Cannalonga, della “Frecagnòla”, che sembrava quasi scomparsa, ed invece la costituzione di un Ente Fiera ha permesso di farla annoverare tra i beni di un Patrimonio Immateriale che oggi fa parte dell’IPIC. Dunque, la coscienza di sollevare i problemi, di non essere legato ad interessi e fazioni, di svolgere la ricerca consultando infinite fonti e magari confutando i risultati ottenuti, come per Cannalonga che nelle mie iniziali considerazioni era un evento che aveva molte criticità e dunque forse non doveva essere considerato rilevante.
Qual è, a tuo giudizio, la maggiore opportunità di sviluppo non ancora sfruttata che il Cilento potrebbe cogliere nei prossimi anni?
Credo che si debba lavorare molto sulle risorse che sono specifiche del territorio. Sia quelle storico-culturali che quelle legate a prodotti dell’agricoltura ed artigianato tipico. Valorizzare queste opportunità può portare non il …turismo di massa, l’overtourism, quanto piuttosto a quel turismo culturale che insieme alla tecnologia e alla conseguente pubblicizzazione può attrarre visitatori. Ho sempre pensato che occorre far spostare i turisti dalla costa per proiettarli in una dimensione che consideri l’anima dei luoghi. Certo, è poco. Le iniziative che agiscono sui prodotti tipici e sulla conoscenza della storia dei luoghi non conducono ad uno sviluppo importante. Ma, se i giovani acquisiscono le conoscenze e le applicano al territorio qualcosa si può fare. Certo, mancano poi le infrastrutture, i servizi, forse la capacità politico-gestionale di fare. Ma questo è un discorso che conduce ad altro, e non riguarda solo questo contesto.
Nuove ricerche e temi emergenti
Quale argomento di ricerca emergente (ad esempio, l’impatto del cambiamento climatico, il turismo overtourism o l’invecchiamento demografico) intendi approfondire prossimamente?
Sto lavorando sul cambiamento rapido, e non è per niente facile. Coniugando la ricerca che connette passato, presente e futuro, qualcosa si può realizzare. Ma è solo un embrione che si sta formando. In questa fase sto approfondendo i classici che ancora oggi possono far emergere idee. Anticipo che mi sto occupando di territorio, nel senso di comprendere proprio quei fenomeni di spopolamento e di abbandono e cosa si può fare per realizzare il processo di “andare e tornare”. I giovani sono centrali, così come le tecnologie che permettono di far apprezzare la cultura dei luoghi, magari lavorando in loco e costituendo una comunità fisica, in presenza, che faccia risolvere l’idea di virtuale. Ripeto, è ancora tutto da costruire.
Come vedi il futuro del Cilento da un punto di vista demografico e sociale: un’area in spopolamento o un polo attrattivo?
Spero che si arresti lo spopolamento, anche perché credo che siamo giunti ad un punto di non ritorno. Certo, occorre che gli uomini, così come hanno fatto nella storia, comprendano di mettersi insieme e costruire comunità inclusive (tante solo le idee che possono giungere dall’altro da sé) ed attente a realizzare azioni per la crescita e lo sviluppo dei luoghi. Dovrà essere un polo attrattivo, per le risorse di cui ho parlato in precedenza. Le criticità ci sono, occorre però la volontà di fare, altrimenti si chiudono definitivamente i paesi, la loro storia, la loro cultura, il loro stare in queste zone.
Consigli ai giovani sociologi
Quale consiglio metodologico o etico daresti a un giovane sociologo che desidera dedicarsi alla ricerca sul territorio, specialmente nel Sud Italia?
Il giovane sociologo deve essere preparato ad affrontare le sfide e le criticità, senza essere assoggettato a forme di potere che possono condizionare la ricerca. Lo studio, la consultazione delle fonti e la presenza sul territorio, non in modo stabile ma quanto meno per conoscere quel genius loci, quell’anima, quello spirito, che contraddistingue ogni realtà, sono aspetti essenziali.
Cito le indicazioni di Franco Ferrarotti a proposito del fare ricerca. La sociologia deve essere critica, attenta all’oggettività: è necessario un ricercatore inteso come soggetto attivo nella relazione che pone in essere, che formuli bene il problema e le ipotesi di lavoro; poi si rivolge al metodo storico-comparato, con attenzione ai fatti storici e ai documenti; infine, si pone la questione del riconoscimento della difficoltà dell’impresa del ricercatore. La sua osservazione produce: dati, verifica delle ipotesi, comprensione, partecipazione.
Tra le tecniche: l’intervista e l’inchiesta (con la definizione dei compiti da svolgere e della tipologia dello strumento utilizzato), partendo dal presupposto che la cultura/contesto è da intendere come modello descrittivo.
In conclusione, occorre non avere mai la certezza che le cose che si sono ricercate siano definitive. È meglio agire nel dubbio, avanzare infiniti problemi, lavorare in gruppo, perché nella interazione si instaurano non solo rapporti ma soprattutto conoscenza.