Premiazione di Tzimtzum. I giudici riluttanti di Antonio Salvati. Una serata di riflessioni sulla giustizia
Napoli, 7 marzo 2025 – Nella Sala Nassirya del Consiglio delle Regione Campania si è tenuta la premiazione del libro Tzimtzum. I giudici riluttanti di Antonio Salvati.
L’evento, organizzato dall’Associazione Sociologi per il Sociale APS, ha visto una partecipazione sentita di pubblico e ospiti speciali come Franco Picarone, la senatrice Silvana Aloisio, il filosofo e sociologo Dario Gazzillo, Antonino Salvia, Funzionario del Ministero di Giustizia, Francesco Eriberto D’Ippolito Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e storico della Giustizia e il sociologo Sergio Mantile, presidente dell’associazione.
Fin dalle prime battute si è capito che non sarebbe stata una semplice presentazione, ma un vero e proprio viaggio narrativo ed emozionale nei temi profondi del romanzo.
Il magistrato e scrittore Antonio Salvati ha ricevuto una targa e un’opera realizzata per l’occasione dell’artista Tonia D’Alessandro.
Il libro affronta questioni universali attraverso una storia originale: una voce anonima che accusa con veemenza l’umanità di aver tradito la sua fiducia, in parallelo alla vicenda di Adelmo Sidoti, custode di una Fortezza – un’antica rocca trasformata in prigione – dove una nuova “Procedura” ha abolito giudici e avvocati, sostituendo i tribunali con un sistema apparentemente infallibile.
Quattro persone attendono lì il verdetto finale di questa misteriosa Voce, mentre il romanzo esplora il tormento del giudicare e l’assenza di chi dovrebbe giudicare. Tzimtzum, termine ebraico che indica il “ritrarsi” di Dio per fare spazio al mondo, diventa metafora di giudici che si fanno da parte.
Una trama così densa di simboli e interrogativi ha dato vita, durante la serata, a un dibattito acceso e carico di emozione.
Dario Gazzillo spiega gli aspetti filosofici e sociologici della giustizia
Dario Gazzillo ha aperto gli interventi analizzando i fondamenti filosofici e sociologici della giustizia presenti nell’opera. Partendo dal concetto di Tzimtzum nella mistica ebraica – l’idea di un Dio che si ritrae lasciando l’uomo in un mondo imperfetto – ha mostrato il legame con il romanzo, in cui i giudici si fanno da parte e lasciano spazio a una giustizia disumanizzata.
Gazzillo ha sottolineato la difficoltà di amministrare una giustizia perfetta con strumenti umani, sempre limitati e fallibili. Citando Platone, ha ricordato che la giustizia è il fondamento di ogni società, ma le leggi, create dalle società stesse, possono diventare astratte e distanti dalla realtà. Lo dimostra anche l’episodio de Lo straniero di Camus, dove il processo a Meursault rivela la difficoltà di accogliere la complessità della verità nei rigidi schemi del diritto.
Ha poi messo in luce il ruolo del giudice, che non si limita ad applicare la legge ma deve interpretarla, creando una mediazione sempre imperfetta tra norma e vita reale. “La nostra giustizia si interpreta, ma è l’unica che abbiamo”, ha osservato.
Infine, ha riflettuto sull’intelligenza artificiale come possibile strumento di giudizio, lanciando una provocazione: “Non è l’AI a far paura, ma la stupidità umana”. Nessuna macchina potrà mai sostituire del tutto la responsabilità e il peso etico del giudizio umano.
Il suo intervento ha intrecciato filosofia, teologia e riflessioni contemporanee, restituendo un’immagine lucida e disincantata della giustizia: imperfetta, ma profondamente umana.
Il romanzo e le sue metafore, l’intervento di Antonio Salvia
Con il suo intervento Antonio Salvia ha accompagnato il pubblico dentro l’immaginario del romanzo evidenziandone le interessanti metafore. Salvia ha confessato di aver inizialmente provato un certo timore reverenziale verso il libro, che affronta temi “della giustizia, della verità, della fiducia.
Del condizionamento dell’opinione pubblica nei confronti dei giudici” . Superate però le prime pagine, lo ha trovato un romanzo “bellissimo” e coinvolgente.
L’oratore ha descritto la Fortezza protagonista del libro: una struttura imponente che sovrasta la città immaginaria come un monito permanente, incombe su tutti “anche quando il cielo nuvoloso la nasconde temporaneamente”.
Questa fortezza – solo in seguito rivelata come carcere – domina il paesaggio e simboleggia la presenza schiacciante della giustizia (o forse della punizione) sulle vite di tutti. All’interno di essa opera Adelmo, il custode-guardiano, figura centrale e profondamente simbolica.
Adelmo svolge le funzioni di direttore del carcere ed è “una metafora bellissima, perché assiste tutti coloro che vengono temporaneamente rinchiusi nella fortezza, in attesa di una sentenza. … Adelmo è il custode non solo dei corpi rinchiusi ma anche delle menti, delle anime” .
Attraverso Adelmo – premuroso Caronte che traghetta le anime dei detenuti in attesa del giudizio – il romanzo umanizza l’istituzione carceraria, ponendo l’accento sulla dimensione interiore della pena e dell’attesa.
Salvia ha richiamato anche la figura enigmatica di Julia, quasi un Virgilio dantesco che istruisce Adelmo sul suo compito, ampliando il senso allegorico dell’opera.
Tante le metafore evidenziate nel racconto, che mettono in discussione concetti che tendiamo a dare per scontati. “Grandi temi quali la giustizia, la fiducia verso le persone e la verità” vengono rimessi in dubbio, spiega Salvia, tanto da suscitare “il bisogno di un ripensamento di questi concetti che consideriamo acclarati” .
Ad esempio, il romanzo mostra come l’ideale di imparzialità del giudice sia in realtà complesso: “Noi impariamo, certo, che il giudice deve essere imparziale, ma in realtà non è così. Quando il giudice prende una decisione, lo fa necessariamente ‘prendendo le parti’ di una delle due parti, con l’annesso tormento di aver sbagliato” .
In queste parole, Salvia ha colto uno dei tormenti chiave del giudice riluttante: il dubbio perenne, la fallibilità intrinseca di ogni decisione umana.
Il momento più intenso dell’intervento di Salvia è arrivato quando ha identificato nel racconto quel punto di svolta che dà il titolo all’opera. “Ad un certo punto del racconto, avviene come un fulmine ed è – credo – lo Tzimtzum, il farsi da parte di qualcuno per consentire l’ingresso di una nuova procedura.
Questa nuova procedura si esprime con una Voce, che si sostituisce di fatto al giudice, e viene ben descritta in tutta la sua declinazione di freddezza”.
In queste frasi risuona la metafora cabalistica del Tzimtzum: così come Dio si ritrae lasciando un “vuoto” in cui esiste il mondo imperfetto, nel romanzo i giudici si ritirano lasciando spazio a un sistema di giustizia disumano, impersonale.
La Voce anonima e fredda che pronuncia verdetti al posto loro incarna la procedura automatizzata che promette infallibilità eliminando l’uomo – ma a prezzo di eliminare anche compassione e spiegazioni.
Salvia ha accennato anche ad episodi specifici del libro che lo hanno colpito, come il capitolo intitolato “La breve storia di una trappola inutile” in cui si narra della separazione dolorosa tra una donna (la “bella Elena”) e suo marito, storia nella storia che simboleggia l’incomunicabilità e il giudizio affrettato nei rapporti umani .
E ancora, un capitolo in cui l’autore improvvisamente “sembra stia scrivendo una sentenza” e mette sotto processo addirittura un giudice, Francesco Taccola, colpevole di aver anteposto la fredda legge al senso di umanità (arrivando persino a condannare l’Antigone sofoclea per la sua disobbedienza.
Di questo passo Salvia ha letto un estratto, in cui un amico del giudice imputato ricorda le sue parole: «Noi che ne sappiamo se le persone sono d’accordo o meno su quello che decidiamo? A cosa ci serve sapere che la nostra sentenza, tecnicamente, è giusta, se poi non abbiamo la certezza che rispetti davvero il volere… dei cittadini?»
È il dubbio sulla legittimità e l’accettazione sociale della sentenza – un dubbio che rode il giudice protagonista e che nella realtà accompagna ogni magistrato chiamato a decidere in nome del popolo.
In conclusione, la sua appassionata analisi, Antonio Salvia ha lanciato al pubblico un invito: leggere Tzimtzum. I giudici riluttanti e lasciarsi provocare dai suoi interrogativi, perché dopo questa esperienza “i grandi temi della giustizia e della vita non saranno più gli stessi”.
“C’è tecnologia ma non c’è progresso”, l’intervento di Francesco Eriberto D’Ippolito
Il dibattito è proseguito con Francesco Eriberto D’Ippolito, che ha portato il punto di vista di uno storico della giustizia e docente, offrendo una lettura del romanzo a cavallo tra fantascienza e realtà.
D’Ippolito ha ammesso con un sorriso di essersi appassionato a Tzimtzum. I giudici riluttanti sin dalle prime pagine: “è un libro di fantascienza… l’ho letto molto velocemente, devo dire che è un libro che si fa leggere” .
Una fantascienza, ha spiegato, molto particolare perché ambientata non nello spazio ma in un tribunale – luogo che l’autore tratteggia come un “non luogo”, simile a quelli delle distopie kafkiane.
Kafka è infatti il primo nome venuto in mente a D’Ippolito: “un libro fantascientifico… trova riferimenti di matrice kafkiana probabilmente. La fortezza, questo peso enorme…”.
L’atmosfera opprimente e surreale della Fortezza ricorda i labirinti burocratici di Il Processo o l’inaccessibile castello di Kafka. Tuttavia, il relatore ha subito aggiunto che Salvati adotta uno stile diverso: “vi devo dire che se questo è l’innesto immediato… io ci trovo invece un tono più rilassato, più ironico, che è più vicino a certi passaggi di Italo Calvino” .
Dunque, accanto all’angoscia kafkiana, nel romanzo convivono momenti di leggerezza e ironia calviniana, un contrasto che rende la lettura originale e inaspettata.
D’Ippolito ha definito Tzimtzum “un libro sul giudicare”, perché in fondo tutti noi passiamo la vita a formulare giudizi: “È un libro sul giudicare, perché tutti giudichiamo. Lo sto facendo in questo momento, sto giudicando il libro… mi ergo a giudice di una vicenda umana, quella della letteratura” .
Con questa riflessione meta-letteraria, ha reso il pubblico consapevole che l’atto del giudicare non appartiene solo ai tribunali, ma a ogni istante della vita quotidiana – e ogni giudizio porta con sé responsabilità e possibili errori.
L’errore, infatti, è un altro tema cardine: “È un libro sull’errore”, ha detto D’Ippolito, “perché cerca di risolvere il dogma dell’infallibilità della Giustizia” .
Nella realtà, ci illudiamo spesso che la Giustizia (con la G maiuscola) sia infallibile, quasi divina; eppure – ha osservato – “se anche Dio si ritira, dice il nostro autore, è impensabile che qualcuno possa giungere al famoso giudizio. … Il giudizio [non è] neanche divino”.
Qui il relatore richiama proprio il concetto di tzimtzum: perfino Dio, nel mito, si è fatto da parte rinunciando a un giudizio diretto sull’uomo, delegando agli uomini stessi il compito imperfetto di amministrare la giustizia.
Come possiamo allora pretendere una giustizia infallibile? Non a caso, sottolinea D’Ippolito, nel romanzo i giudici hanno rinunciato al loro ruolo, estremizzando l’idea del limite umano: “Che cosa fanno i giudici in questo romanzo? Si sono ritirati” .
Questa clamorosa “eliminazione delle carriere” – ben oltre la pur discussa separazione delle carriere tra giudice e PM di cui si parla oggi – è uno scenario che l’intervento definisce inimmaginabile nella realtà, e proprio per questo da fantascienza.
Entrando nel cuore del conflitto uomo vs tecnologia, D’Ippolito ha analizzato la “strana alchimia” che il libro mette in scena per cercare di superare la fallibilità umana.
La soluzione narrativa è affidarsi ad una entità tecnologica, asettica, la Voce che giudica tramite un telefono in bachelite (un tocco vintage alla Blade Runner, ha notato). Ma la presenza della tecnologia, pur pervasiva, non porta vero progresso: “C’è tecnologia ma non c’è progresso” nel mondo distopico di Tzimtzum, afferma D’Ippolito La fortezza resta quella di sempre, il carcere rimane immutato e anzi rivela un paradosso crudele: “il vero carcerato risulta Adelmo”, colui che non lascerà mai la Fortezza .
In quell’universo, Adelmo rimane prigioniero di un ruolo che lo vede servo di una macchina di giustizia, privato della libertà di agire secondo coscienza. È un colpo di scena concettuale notato con enfasi dal relatore: colui che dovrebbe custodire e aiutare finisce egli stesso in gabbia, vittima dell’ingranaggio impersonale che avrebbe dovuto liberare tutti dagli errori.
D’Ippolito ha quindi messo in luce un punto nevralgico: l’assenza di motivazioni umane nei verdetti.
Nel romanzo, la Voce comunica solo l’esito (colpevole o innocente) e “non ti dirà perché” Questo dettaglio inquietante riflette un tema che il professore sente molto, ovvero “il peso dell’opinione pubblica nel processo”.
Egli ha ricordato come già storicamente la mancanza di motivazioni nelle sentenze fosse considerata pericolosa: nel Regno di Napoli, Ferdinando IV nel 1774 obbligò i giudici a motivare le sentenze per poter controllare meglio il loro operato.
Nel mondo di Tzimtzum, invece, la Voce emette verdetti senza spiegazioni, lasciando imputati e società civile in balia di supposizioni e pregiudizi. “Che cosa significa?” – ha chiesto retoricamente D’Ippolito – significa che in assenza di spiegazioni razionali, l’opinione pubblica colma il vuoto con le proprie convinzioni e pressioni, influenzando comunque i risultati.
In definitiva, anche quando il giudice umano scompare, i condizionamenti sociali restano, anzi diventano più subdoli.
Nel finale del suo intervento, D’Ippolito ha riportato l’attenzione sul valore imprescindibile dell’umanità nel giudizio.
A suo avviso le attuali innovazioni tecnologiche nella giustizia – per quanto utili come strumenti “di tecnica, di ingegneria, di predittività” – restano pur sempre “moderne macchine da scrivere” incapaci di incidere sugli aspetti di “umanesimo del Diritto” .
Per esempio, un algoritmo potrà calcolare la probabilità di rottura di una tubatura, ma non potrà mai comprendere appieno “la complessità della vita umana” che ogni processo giudiziario si porta dietro .
“Non ci sono due giudici che decideranno allo stesso modo lo stesso fatto. È impossibile, perché sono umani”– ha affermato con convinzione. Proprio in questa diversità, figlia della “carnalità” di chi giudica, risiede il dramma ma anche la dignità della giustizia umana.
Il romanzo Tzimtzum prova a immaginare di superare tale variabilità eliminando il giudice in carne e ossa, ma così facendo elimina anche la responsabilità e la coscienza. “Il grande successo del Codice Napoleonico fu quello di aver fatto dei giudici dei burocrati”, ha ricordato D’Ippolito, sottintendendo che spogliare il giudice del suo ruolo decisionale critico (riducendolo a un mero esecutore) è da sempre tentazione dei regimi autoritari, non certo garanzia di giustizia. In definitiva, l’opera di Salvati ci ammonisce su questo: “ciò che il giudice non può [mai] fare è perdere la sua responsabilità nel giudizio, che è il senso di questo libro”.
Sergio Mantile: “Il problema umano emerge quando alcuni uomini cercano di imitare Dio”
L’ultimo intervento, affidato a Sergio Mantile, ha tirato le fila del dibattito offrendo un’analisi ad ampio raggio sul romanzo e sul tema della giustizia. Mantile – sociologo di lungo corso – ha proposto una riflessione sul significato profondo del “giudice riluttante” e sulle implicazioni etiche di una giustizia disumanizzata.
Con voce pacata ma incisiva, ha esordito riconoscendo ad Antonio Salvati il merito di aver scritto un romanzo capace di unire la dimensione letteraria alla critica sociale: Tzimtzum, a suo avviso, è una sorta di esperimento mentale sugli estremi limiti del concetto di giustizia.
Sergio Mantile ha espresso grande apprezzamento per la pluralità di interpretazioni date dai relatori al libro di Antonio Salvati:
«Ognuna delle interpretazioni mi è piaciuta. Non ho potuto dire “questa è migliore di quella”, ma solo “questa si avvicina di più a quello che pensavo io”. La pluralità nel giudizio è una cosa molto importante.»
Il sociologo ha poi approfondito la metafora cabalistica di Dio che si ritrae (Tzimtzum):
«Quell’immagine bellissima di Dio che si ritrae, se è Dio che ha fatto questa cosa, dimostra la sua perfezione, perché lasciandoci imperfetti ci costringe continuamente a lottare tra il bene e il male. Così c’è movimento, così c’è sviluppo.»
Secondo Mantile, il problema umano emerge quando alcuni uomini cercano di imitare Dio attraverso strumenti, come l’algoritmo, che appaiono divini.
Ha fatto riferimento, ad esempio, a errori strategici degli americani per essersi affidati eccessivamente a programmi e computer, contrapponendoli ai cinesi che invece hanno mantenuto una visione strategica basata sull’intelligenza umana:
«Loro continuano a produrre degli strateghi, fanno piani a 60 anni, mentre noi cerchiamo il guadagno immediato.»
Mantile ha aggiunto che il fascino per i numeri e la tecnologia spesso ci induce in errore. Ha citato un esempio storico legato alle elezioni di Roosevelt, quando un’indagine statistica telefonica diede risultati completamente sbagliati perché escludeva intere fasce della popolazione:
«Noi vediamo i numeri e sono simili a Dio. Ma i numeri a volte ingannano.»
Successivamente, Mantile ha sottolineato che, pur essendo comoda, l’intelligenza artificiale resta profondamente imperfetta e non è affatto risolutiva:
«Chi usa l’intelligenza artificiale sa quanto sia stupida. È comodissima, ma bisogna sapere come usarla. È una macchina da scrivere molto potenziata, ma è ingenuo proporla come soluzione.»
Ha concluso ribadendo che la vera soluzione ai problemi della giustizia dovrebbe essere politica e umana, attraverso una maggiore dotazione di risorse e una migliore organizzazione del sistema giudiziario, e non tecnologica:
«Dire che l’algoritmo risolverà il problema significa dire che non vogliamo risolverlo politicamente come invece andrebbe fatto.»
Infine, Mantile ha ricordato che ogni giudizio umano è inevitabilmente influenzato dal vissuto personale, dalla biografia e dalle emozioni del giudice stesso, e che proprio questa umanità è ciò che dobbiamo preservare nella giustizia: «Puoi cercare di controllare, ma non sarai mai completamente avalutativo.
Se nella singola persona, quindi nell’umanità del singolo giudice, entrano valori elevati, allora anche nel suo giudizio imperfetto ci sarà traccia di questa tensione ideale.»
