C’era una volta la musica
La musica è scomparsa?
Ed or non c’è più… sempre che non si voglia dir tale una qualche sconclusionata sequenza di suoni ritmati o qualche disarmonica cacofonia. Ma si tratta di un’eclisse, di un oscuramento temporaneo.
Doverosamente premettiamo che non v’è alcuna musica “moderna” ed alcuna musica “tradizionale”: solo v’è musica bella e musica brutta. Il suo temporaneo oscuramento riguarda tanto la musica cosiddetta “leggera” quanto quella “pesante”, ovvero classica e lirica.
La contaminazione tra generi musicali
Una qualche felice contaminazione tra le due è possibile, come dimostra il Concerto Grosso n. 2 dei New Trolls. Il filosofo e sociologo tedesco T. W. Adorno ha scritto una Filosofia della Musica Moderna, libro di ardua lettura come tutti quelli di questo autore.
Già Kant notava che la musica è la più “sociale” delle arti, essendo impossibile evitare il coinvolgimento del prossimo nella sua fruizione, anche individuale. Va detto, però, che ai tempi di Kant non esistevano cuffie o apparati di isolamento acustico come quelli attuali.
Musica e società: un legame ancestrale
L’uso sociale della musica è universale ed ancestrale. Basta pensare alla danza, che sincronizza il movimento corporeo con quello musicale, oppure all’uso del tamburo, probabilmente di origine turco-sciamanica, unitamente a quello delle trombe come elementi uniformanti ed incitanti in ambito militare.
Ogni esercito al mondo ha la sua banda. E senza scomodare la celebre favola del Pifferaio di Hamelin, la musica assume talvolta connotazioni malefiche, stregonesche e diaboliche, come dimostrano le leggende legate a Tartini e Paganini.
Perché la musica sembra essere sparita?
Oggi i suoni predominanti sembrano essere solo il rumore, il frastuono, l’urlo e l’inquinamento acustico. Per comprendere questo fenomeno, occorre riflettere sulla natura della musica e su quella del mondo attuale.
La musica è fatta di suoni, e il suono è qualcosa che si “sente”. Il termine “sentire” include non casualmente tanto la percezione del suono quanto l’“avere sensazione” e il “provare sentimento”. La musica si “sente” perché penetra e risuona dentro il soggetto.
Musica e interiorità: un’arte del tempo
Chiudere gli occhi per ascoltare meglio è un gesto spontaneo: aiuta a escludere la visione del mondo esterno, favorendo la concentrazione. La musica è interiorità e tempo, in contrapposizione (o complementarietà) con l’esteriorità e lo spazio, componenti proprie delle arti visive.
La musica è talmente interiore che può essere riprodotta a mente, come faceva Beethoven, che era sordo.
La società dello spettacolo e la crisi della musica
La società attuale, ribattezzata “Società dello Spettacolo”, è dominata dall’Homo Videns, come lo definì Sartori. È una società tutta proiettata verso l’esteriorità, la visibilità e la spettacolarità.
Non che la musica non possa accompagnarsi a questi elementi: è l’anima di un film. Si provi a eliminarla da una pellicola: ne verrebbe cancellata l’atmosfera, che è quanto dire l’anima stessa. Persino i film muti erano accompagnati dal suono di un pianoforte.
Eppure, la musica può benissimo procedere da sola. La sua crisi è dovuta al predominio dell’esteriorità sulla interiorità, dello spazio sul tempo, del visibile sull’invisibile.
Viviamo in un mondo che non ascolta più
Oggi nessuno ascolta più, ma tutti vogliono essere ascoltati. L’urlo, il rumore e il grido prevalgono. Schopenhauer, che curava la propria depressione con le opere di Rossini, considerava la musica l’espressione stessa della “volontà di vivere”.
Nietzsche, per disintossicarsi dall’atmosfera nordica e wagneriana, si immergeva nelle note mediterranee della Carmen di Bizet. Egli teorizzò l’origine stessa della tragedia dallo “Spirito della Musica”, come titola la sua opera d’esordio.
Come riportare la musica al centro?
Cosa possiamo fare per sollecitare il ritorno della musica? Forse un primo passo potrebbe consistere nell’aderire al monito che Platone, due millenni e mezzo fa, metteva in bocca al Daimon socratico:
“Socrate, Socrate, studia la musica!”
