Intervista alla scultrice Tonia D’Alessandro
di Sergio Mantile
Ciao Tonia, grazie mille per aver accettato questa intervista. Per iniziare, potresti raccontarci brevemente come hai scoperto la scultura e in particolare la lavorazione della creta?
Grazie a voi per l’invito. È un piacere poter condividere il mio percorso. La scultura è arrivata come un richiamo primordiale. Il primo incontro con il materiale alla sua base è stato anni fa, scoprendo una spiaggia di argilla. È stato quasi un rito di riconnessione con qualcosa di arcaico e profondamente mio, che mi ha portata a capire che dare forma alla materia era il mio modo di abitare il mondo.
Essendo una persona molto istintiva, in che modo questa tua caratteristica influenza il tuo approccio all’arte e alla creazione?
L’istinto è come un fiume sotterraneo: invisibile, ma costante e potente.
Quando creo, ascolto quel flusso e mi lascio trasportare.
L’opera spesso nasce prima dentro di me, in uno spazio non razionale. Solo dopo prende forma.
L’istinto guida le mani, la mente osserva e l’argilla risponde.
Quali sono state le tappe fondamentali del tuo percorso artistico finora? Ci sono stati incontri o esperienze che hanno particolarmente segnato la tua crescita?
Ogni tappa è stato un passaggio necessario.
I momenti di crisi mi hanno insegnato più della tecnica.
Gli incontri con altri artisti e anime affini sono stati fondamentali, in particolare con il maestro Domenico Sepe che, con il suo altruismo e la sua generosità, ha segnato la mia crescita artistica.
La creta è il tuo materiale d’elezione. Cosa ti attrae maggiormente di essa? Che tipo di dialogo si instaura tra te e la creta durante il processo creativo?
L’argilla è viva. Umida, duttile, sensibile al tocco. È un materiale che richiede ascolto, attenzione, rispetto. Ogni gesto lascia un’impronta, ogni esitazione una possibilità. Con l’argilla non si comanda: si dialoga. Io le affido la mia energia, lei mi restituisce la forma.
Quanto spazio c’è per l’improvvisazione e quanto per la pianificazione nelle tue opere? Nascono più da un’idea preconcetta o si sviluppano “facendo”?
Il mio modo di fare arte è dettato dall’improvvisazione e dall’ispirazione del momento, da idee e immagini che man mano prendono forma. È un processo fluido, spesso imprevedibile. La pianificazione, invece, è la semplice elaborazione di un prodotto già esistente.
La natura, che tu ami molto, sicuramente è una fonte d’ispirazione. In che modo gli elementi naturali, le forme, le texture che osservi influenzano le tue sculture?
La natura è la mia maestra silenziosa. Le sue forme, imperfette e perfette al tempo stesso, mi insegnano a cercare l’essenziale.
Osservo la pelle rugosa degli alberi, le linee disordinate delle rocce, la delicatezza di un seme… Tutto questo entra nelle mie mani e si traduce in texture, volumi e silenzi.
C’è un’opera a cui sei particolarmente legata e perché? Potresti descriverci il processo che ha portato alla sua nascita?
Si, c’è un’opera in particolare. Si intitola “La muta”.
È nata da un momento di cambiamento intimo della mia vita. Quando ho sentito il bisogno di lasciarmi andare alla trasformazione, al cambiar pelle, lasciando che l’argilla mi guidasse in una figura femminile…solida …. La donna serpente.
Come vivi il momento in cui un’opera è finita? C’è un senso di completezza o è più un punto di passaggio verso la prossima creazione?
È sempre un momento sospeso. C’è un senso di compimento e di completezza. Ma anche di distacco. Ogni fine è una soglia verso un nuovo inizio. Non si chiude mai davvero. La creazione è un ciclo continuo.
Hai anche tenuto laboratori per i giovani. Cosa ti ha spinto a condividere la tua arte con le nuove generazioni?
Si, ho avuto esperienze di formazione artistica con i giovani, e credo fermamente della trasmissione, in quanto l’arte non è un possesso ma un dono. Vedere brillare gli occhi dei ragazzi quando scoprono che le mani possono creare, è un’emozione unica.
1Cosa impari tu da queste esperienze di insegnamento e confronto con i ragazzi?
Imparo la leggerezza, la spontaneità e il coraggio di osare. I ragazzi non hanno ancora quelle barriere che ci costruiamo da adulti. Lavorare con loro è una fonte di creazione pura ed è soprattutto un modo per restituire ciò che io stessa ho ricevuto
Qual è la cosa più importante che speri di trasmettere ai giovani che partecipano ai tuoi laboratori?
Spero di trasmettere la fiducia nella propria vena creativa. Che capiscano che ogni gesto ha un valore, ogni errore è un’opportunità e una crescita, e che l’arte non è perfezione ma sinonimo di verità
Come vedi il ruolo dell’artista nella società contemporanea?
L’artista ha il compito di guardare oltre e restituire visioni. È un testimone, un ponte tra mondi, un seme di consapevolezza. In un tempo così rapido e spesso superficiale, l’arte è una visione senza stereotipi, è un atto di resistenza alla dimenticanza
C’è un tema sociale o emotivo che senti particolarmente urgente esplorare attraverso la tua arte in questo momento?
Mi sento chiamata a raccontarla fragilità e la forza umana, affrontando vari temi che vengono proposti. In un mondo che spesso ci spinge alla performance, voglio dare voce alle crepe, alle cicatrici, ai silenzi e alla bellezza del non perfetto. Credo che da lì possa nascere una nuova empatia sociale
Hai nuovi progetti o idee che ti piacerebbe realizzare in futuro?
Sto lavorando a una serie che unisce scultura e suono. Voglio esplorare il potenziale di questo nuovo linguaggio. Essere d’aiuto a persone con disabilità sia fisiche che psicologiche, immaginando opere che non si limitano alla forma, ma che “parlino”. È un esperimento ambizioso, ma molto stimolante
C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere o che senti importante condividere e che non abbiamo toccato?
Solo questo: l’arte è un atto di presenza. È stare nel momento, ascoltare la materia, il silenzio è soprattutto di noi stessi. Se anche una sola persona, osservando un mio lavoro, sente di essersi avvicinata un po’ di più alla propria verità, allora ho compiuto il mio compito.
