L’ommo ‘e giacchètta, dalla semiseria antropologia napoletana alla sociologia
Di Sergio Mantile
Quando, soprattutto qualche decennio fa, si cresceva in una famiglia piccolo borghese, che aveva in grande considerazione la conoscenza e l’istruzione, la lingua napoletana veniva vissuta come un errore, talvolta persino come un peccato, con un corredo di rimproveri più o meno aspri. La cultura del territorio, il senso delle sue espressioni linguistiche e gestuali, si apprendeva casualmente, talvolta quasi come un furto cognitivo, a scuola e per strada.
Perciò, la prima volta che appresi il termine ommo ‘e giacchètta fu da un gruppo di “scugnizzi”, con i quali mi divertivo a fare scorribande nella selva di fronte casa, piuttosto che restare a giocare in casa con “Il piccolo chimico”, come veniva imposto dall’iperprotettività materna al mio fratello minore.
L’ommo ‘e giacchètta non era solo e semplicemente una persona – ragazzo o uomo – che indossava abitualmente una giacca in luogo di un più comune pullover; perché, per esempio, un dottore, un funzionario di banca, un professore di scuola era naturale che indossassero quel capo d’abbigliamento. In quei casi, si trattava di una sorta di legittima divisa imposta dal ruolo. La giacca dell’ommo ‘e giacchètta invece, appariva come il tentativo ingannevole per sembrare chi non si era effettivamente. In particolare, per stigmatizzare l’appartenenza ad una categoria sociale che non svolgeva lavori manuali.
Di qui una certa diffidenza proletaria, quando non un esplicito disprezzo, per l’uommene ‘e giacchètta, fossero adulti o ragazzi. Sia perché considerati – in un’ottica maschilista – poco fisici, e quindi tendenzialmente poco virili; e sia perché – in una prospettiva di classe – ritenuti “nemici” o, peggio, finti e travestiti con l’aspirazione a sembrare “nemici”.
Il concetto popolare di ommo ‘e giacchètta mi è tornato alla mente traguardando la guerra e il conformismo sociale, attraverso il paradigma mediale dello zeitgeist odierno. In special modo: la narrativa occidentale della guerra russo-ucraina, e il risibile conformismo di piccoli attori nostrani, molto social.
Chi ha seguito il dibattito scientifico internazionale sull’andamento della guerra in Ucraina, all’interno della nascente multipolarità globale, sa che molti osservatori, soprattutto statunitensi, considerano del tutto controproducente, da parte occidentale, aver puntato su una guerra mediatica piuttosto che su un confronto realisticamente militare e, soprattutto, possibilmente diplomatico.
Militari di alto grado, già consulenti presidenziali o dei servizi segreti americani, oltre che economisti del livello di Jeffrey Sachs o storici e saggisti come Gilbert Doctorow, hanno diffusamente stigmatizzato la fallacia di Kiev (sostenuta dalla quasi totalità della stampa occidentale) di negare ad ogni piè sospinto la verità sull’andamento della guerra, concentrandosi più sulla propaganda che sul confronto con la realtà. Addirittura, il rilievo attribuito alla comunicazione, con lo la necessità di avere continuamente “hit story” e “scoop” e il conseguente smisurato uso di notizie false, hanno indotto i vertici ucraini a scelte tattiche e strategiche che si sono rivelate ampiamente disastrose sul campo.
Recentemente, il colonnello Douglas Macgregor (a suo tempo, nel 2020, assunto come consigliere senior del segretario alla Difesa ad interim dal presidente Donald Trump) ha evidenziato quanto una guerra mediatica sia destinata a crollare bruscamente di fronte alla guerra vera, militarmente combattuta.
Se questa considerazione è vera, come credo fortemente che sia, l’onnipotenza della comunicazione (cresciuta a partire dagli anni Ottanta del Novecento, e consolidatasi con l’accentramento economico-politico dell’informazione, fino al punto di contribuire alla trasformazione delle democrazie liberali in post-democrazie prima e in regimi formalmente democratici e sostanzialmente oligarchici poi) sembra aver avuto una battuta d’arresto con gli esiti della guerra russo-ucraina. Una battuta d’arresto che è lo scontro a tutta velocità di una piccola berlina contro una montagna di granito.
In altre parole, esiste una realtà materiale che, pur incorporata largamente nelle narrazioni comunicative, non è una loro diretta emanazione, né può essere da esse completamente, o troppo ampiamente o troppo lungamente, reinventata.
Adesso, riportando il discorso ad una scala micro sociologica, le vibrazioni del terribile impatto della Grande Comunicazione contro il granito di sangue e distruzioni ucraine si stanno già propagando in molti comportamenti individuali. Ovviamente, per adesso, non sono vistosi. E qui torno a l’ommo ‘e giacchètta.
L’ommo ‘e giacchètta, nella nostra vita quotidiana, è l’aspirante ascendente socio-economico, senza grandi qualità, come Ulrich, ma senza il bisogno di trovare l’identità perduta del personaggio di Robert Musil. Il suo bisogno è invece quello di inventarsene una di successo, che funga da password per accedere a fonti di guadagno altrimenti impossibili, e/o, ma in misura molto minore, ad occasioni di esibizione narcisistica. Senza mai tralasciare la giacca di stoffa, che ne è la matrice ideologica, il nostro tipo ideale ha imparato da anni ad usarne una mediatica. Così, piccoli eserciti di funzionari di partito e di sindacato, di professionisti, di artisti ed artigiani, di commercianti e talvolta persino di criminali, si reinventano quotidianamente con fiumi di dichiarazioni, con fiumi di selfie accanto a persone eccellenti (delle quali sperano di riflettere la luce) o in manifestazioni pubbliche dove sembrano gli artefici e i protagonisti di tutto. Fiumi visuali che fanno scorrere ininterrottamente attraverso i social. Ovviamente, in maniera del tutto legittima.
Però, ci sono stati altri impatti violenti, che hanno diffuso oscillazioni di insofferenza e rifiuto anche dal basso, per effetto di una continua e penalizzante esperienza di millantato credito. Diversi soggetti, come medici prestigiosi e dalle grandi parcelle, che sbagliano vistosamente diagnosi ed interventi chirurgici; avvocati di grido che perdono a caro prezzo per sciatteria le cause; commercialisti che, pur lautamente retribuiti, dimenticano dichiarazioni fondamentali, per fare solo qualche esempio, hanno finito per mettere in discussione persino la credibilità della giacca-divisa. Figuriamoci di quella dell’ommo ‘e giacchètta.
Le narrazioni, sia d’alto livello, con il relativo abbigliamento (magari una maglietta di pigiama verde oliva da guerriero sempre in combattimento) che quelle di livello stradale, tendono ad infrangersi sempre più spesso sulla roccia del confronto reale. É nell’incapacità argomentativa dell’interlocuzione diretta che il piccolo ommo ‘e giacchetta del tempo presente perde tutto. Può raccontarsi o farsi raccontare come Omero raccontò Ulisse (certo, non credo con la stessa capacità poetica) nelle vetrine chiuse dei social, o nelle confezioni da banco dei programmi televisivi, ma non regge alcun confronto con necessaria dimostrazione. Per questa ragione, l’interlocutore competente non deve parlare, dev’essere interdetto dalla comunicazione pubblica; possibilmente querelato, ostracizzato, denigrato.
La nostra speranza civica, sociologicamente confortata, è che l’insofferenza per l’inconsistenza ingannevole delle giacchètte (politiche, imprenditoriali, professionali, ecclesiastiche, financo di quelle dei parcheggiatori) riporti progressivamente nella società il primato della sostanzialità sulla narrazione.
